La Psicoanalisi Rivista

La Psicoanalisi n. 40 – Cinema

Dal cinema Lacan imparava. Dal cinema ricavava un insegnamento sulla struttura, sul funzionamento dell’inconscio. Come ci ricorda Judith Miller nel breve testo che ha gentilmente inviato alla nostra rivista per questa occasione, per suo padre “andare al cinema non era […] un momento di distrazione: un film era un’opera, come un testo”. Insomma un film “sottolineava una struttura, illustrava una formazione dell’inconscio o delimitava un impossibile, si leggeva come un testo e convocava tropi specifici”. E’ la lezione che Lacan ci dà quando si accosta all’opera di un regista. Quando parla di El di Buñuel, de La dolce vita di Fellini o de L’impero dei sensi di Nagisa Oshima. Lezione che già conoscevamo quando si accosta all’opera di uno scrittore, di un poeta, di un artista.

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La Psicoanalisi n. 39 – Misurare o curare?

Rispetto ai principi che erano alla base della cultura scientifica appena una cinquantina di anni fa, l’attuale cultura della tecnoscienza contemporanea si caratterizza per un notevole cambiamento di sensibilità e di impostazione. Non troviamo più, come allora, in primo piano l’imprevedibilità della ricerca creativa, con i propri oggetti e i propri tempi, bensì il pensiero che la scienza debba servire certi problemi, che il ricercatore deve confrontarsi con l’obbligo dei risultati, accompagnati da una valutazione ex ante ed ex post dagli stessi, il che tende a conferire alla ricerca un carattere sempre più strumentale e ci si occupa di seguire l’innovazione tecnologica piuttosto che lo sviluppo delle teorie scientifiche.

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La Psicoanalisi n. 38 – IV Congresso dell’associazione mondiale di Psicoanalisi

Meraviglioso Lacan! E sconcertante! Tre anni prima di morire, concludendo il Congresso della sua Scuola sul tema della trasmissione della psicoanalisi – Scuola che avrebbe disciolto due anni dopo – scuote l’uditorio con frasi che pesano come macigni. Ma forse l’Ecole freudienne de Paris era già entrata in letargo, forse era già morta e non lo sapeva, forse l’ascoltava con l’aria annoiata di chi ha fretta di finire l’ennesima replica delle liturgie congressuali e far passare le sue frasi nel dimenticatoio senza rendersi conto o senza voler rendersi conto che già solo il tema del Congresso avrebbe dovuto svegliare l’assistenza dei suoi allievi. “Dico assistenza, ma non mi assiste”, dice ironico, e continua, triste: “In mezzo a tanta assistenza, io mi sento particolarmente solo”. Nonostante avesse poco prima elogiato, forse irridendola un po’, tutta quella folla presente al Congresso.

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La Psicoanalisi n. 37 – IV Congresso dell’associazione mondiale di Psicoanalisi

Lacan parla di Lewis Carroll alla radio francese il 31 dicembre 1966. E’ il breve testo che abbiamo riservato ai lettori de La Psicoanalisi e che abbiamo tradotto dall’originale pubblicato da Jacques-Alain Miller sulla rivista del Campo freudiano Ornicar? n. 50.

L’opera di Lewis Carroll, dice Lacan, è l’illustrazione e la prova di tante verità. Verità certe, sebbene non evidenti.

Di queste verità solo la psicoanalisi, anzi, solo una certa psicoanalisi, è all’altezza di render conto. Per esempio del valore di oggetto assoluto che può prendere la bambina quando incarna, non tanto l’oggetto del desiderio, ma quell’oggetto mancante – entità negativa, dice Lacan – che causa il desiderio, oppure quando la psicoanalisi rende conto di una teoria del soggetto, inteso come il risultato della rete simbolica, distinta da ogni concezione immaginaria sebbene unitaria di ciò che chiamiamo l’io.

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La Psicoanalisi n. 36 – Psicoanalisi e Arte

Lacan affermava di non sentirsi a suo agio rispetto all’arte, di provare un certo “imbarazzo”, mentre considerava che Freud ci “sguazzasse”, sebbene “non senza danno”, come afferma nel testo che aveva scritto a mo’ di prefazione all’edizione inglese del Seminario XI, tradotto in italiano su questo numero della rivista.
[…]

Inoltre questo breve testo di Lacan termina, come abbiamo già detto, con un passo sull’arte. E’ un motivo in più perché esso si trovi all’inizio di questo numero della rivista, numero in cui si tratta di psicoanalisi e arte.

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La Psicoanalisi n. 34 – Sulla femminilità

Ancora un numero de La Psicoanalisi sulla femminilità. E non sarà di certo l’ultimo. Perché il futuro, pensiamo noi, è da quella parte.

Il futuro della psicoanalisi, per esempio. Sebbene Freud sia stato così spesso frainteso proprio dalle appartenenti al gentil sesso, il suo primato fallico è stata la chiave che ha permesso a Lacan di aprire una porta che era rimasta murata per secoli. E che forse, lo temo e ne tremo, potrebbe rimurarsi di nuovo.

È stato necessario infatti, prima, pagare lo scotto alla logica del funzionamento dell’inconscio per quello strano primato fallico proposto da Freud. Forse strano non è, dato che tutta la civiltà si basa su di esso, eppure strano lo è, almeno nel senso che resta sempre ciò che è rimosso: il fallo è talmente evidente che è invisibile.

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La Psicoanalisi n. 33 – La primavera della psicoanalisi

Uno psicoanalista accoglie la parola sofferente di un soggetto che la contingenza ha fatto incontrare con lui. Il legame che ne nasce è di un tipo nuovo tra quelli che si sono costituiti storicamente nella società umana: un legame in cui, di principio, si parla a qualcuno senza vincoli o restrizioni di sorta, dicendo “quel che viene in mente”, senza censura. Che poi, in analisi, si faccia esperienza della difficoltà ad attenersi a questo principio di “libera associazione”, non inficia ma ribadisce l’orientamento impresso dal principio suddetto. Il vettore dominante l’esperienza analitica spinge la parola in questa dimensione originale, entro la quale l’analizzante si inoltra e di cui l’analista si fa il garante. Egli quindi accoglie una parola marcata sempre più dall’intimo di una storia, dal sogno, dalla fantasia, in particolare quella che è più difficile confessare, celata dal velo della vergogna. Se l’analista è “scriba”, come diceva Lacan negli anni ’50, egli lo è di ciò che altrimenti non avrebbe diritto di cittadinanza, perché non adatto a entrare nella circolazione della comunicazione sociale, o perché lo si riterrebbe inutile, o perché non conveniente. Egli è quindi lo scriba di ciò che nella parola è scarto della consuetudine sociale dominante e, di conseguenza, la sua posizione di psicoanalista è marcata da un certo grado di esteriorità rispetto a tale consuetudine. Come diceva Lacan, la psicoanalisi è il “rovescio” del discorso dominante, il “discorso del padrone”, è un modo nuovo di parlare a qualcuno e di ascoltare ciò che qualcuno dice di sé, un modo a rovescio di quel che è operante nella vita di tutti giorni per ciascuno di noi. Jacques- Alain Miller diceva recentemente che è una parentesi, che ogni seduta di analisi è una parentesi nel flusso insistente e sistematico dell’operatività dominante in cui ciascuno è inserito, volente o nolente. Una parentesi in cui si decanta quel che è messo a lato dal discorso del padrone.

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