La Psicoanalisi Rivista

LP23 - Il partner-sintomo

La Psicoanalisi n. 23 – Il partner-sintomo

In psicoanalisi si entra dalla porta del sintomo. Non ci sono altre porte. Tutte le domande di analisi, per quanto varie possano essere, non conducono che ad anticamere dalle quali si accederà all’analisi varcando la soglia del sintomo. Anche il futuro analista, sebbene si presenti con una domanda di formazione, se avrà coraggio e fortuna – se il proprio analista non indietreggerà di fronte al proprio atto che richiede un rigore senza compromessi – prima o poi metterà un termine al suo trastullarsi con gli ideali e affronterà il modo in cui la pulsione ha morso traumaticamente la sua carne, e scoprirà eventualmente che la domanda di divenire analista era una risposta a questo morso. Una risposta sintomatica. Da lavorare in analisi come ogni altro sintomo.

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LP22 - Anoressia-bulimia

La Psicoanalisi n. 22 – Anoressia-bulimia

Abbiamo scelto una tempera di Julie Polidoro per la copertina di questo numero de La Psicoanalisi che tratta dell’anoressia-bulimia. Non già immagini di fanciulle eteree che volteggiano come troviamo nelle pagine satinate delle riviste mostrando in giovani donne l’incarnazione dell’anoressia: una delle malattie del secolo che gli articoli di queste stesse riviste a volte farisaicamente stigmatizzano. Ma le riviste, come le sfilate di moda, sono lì per far sognare e, sognando, per dire e nascondere che cosa c’è di reale.

Di reale c’è una sofferenza. E questa sofferenza è rappresentata in una tavola. Una tavola che è imbandita per il soggetto dall’ Altro, generalmente materno. Ma il soggetto non sa che farsene di madri che vogliono assolutamente dare tutto quello che hanno poiché quello che cerca, il soggetto, è una mancanza che gli permetta l’accesso al suo desiderio. E può usare il rifiuto, il rifiuto totale, come ciò che per lui – per lei – incarna il desiderio.

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LP21 - Inizio di un dialogo?

La Psicoanalisi n. 21 – Inizio di un dialogo?

La scomunica: è il titolo dato da Jacques-Alain Miller alla prima lezione del seminario di Lacan su I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi. La scomunica in questione è quella inflitta dall’Associazione Psicoanalitica Internazionale a Jacques Lacan a causa del suo insegnamento considerato eterodosso. Scomunica maggiore, aggravata dall’impossibilità di revoca, come egli nota, simile a quella pronunciata dalla Sinagoga il 27 luglio 1656 ai danni di Baruch Spinoza.

Come diceva Jacques-Alain Miller nel corso del Simposio dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi tenutosi a Parigi il 27 ottobre scorso, Lacan aveva segretamente sperato che la scomunica inflittagli non fosse pronunciata senza possibilità di revoca. Non fu così. E i suoi allievi lo videro riprendere il suo insegnamento senza ormai più curarsi dei postfreudiani e delle loro teorie, preso in una nuova dialettica in cui era la sua propria teoria a essere ora messa alla prova, alla prova di una logificazione sempre più coerente e serrata.

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LP20 - Astrolabio_La lettera

La Psicoanalisi n. 20 – La lettera

Sulla copertina de La Psiconalisi campeggia l’ideogramma giapponese che significa “il nulla”. È un omaggio alla “cosa” giapponese, un omaggio giustificato dal fatto che proprio tornando da un viaggio in Giappone Lacan scrisse Lituraterra, titolo dell’articolo tradotto in italiano in questo volume.

Come Jacques-Alain Miller indica nella lezione del suo Corso, anch’essa riportata nel presente numero della rivista, “Il monologo de l’apparola”, il termine lituraterra fa parte di una trilogia: l’apparola, lalingua e appunto lituraterra, tramite cui Lacan ha riorientato il suo insegnamento della psicoanalisi negli anni ‘70, in contrapposizione a un’altra trilogia, più conosciuta questa, tramite cui Lacan aveva articolato il suo insegnamento, e i cui termini sono la parola, il linguaggio e la lettera.

È proprio su questo tema della “lettera” che si concentrano la maggior parte dei lavori di questo numero, curato da Maria Teresa Maiocchi e da Chiara Mangiarotti.

Abbiamo poi alcune lezioni di Silet, titolo del Corso di Jacques-Alain Miller tenuto nell’anno accademico 1994-1995 al Dipartimento di Psicoanalisi dell’Università di Parigi VIII, e l’intervento di Miquel Bassols al IX Incontro internazionale del Campo freudiano, tenutosi a Buenos-Aires nel luglio scorso.

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LP19 - La Polis analitica

La Psicoanalisi n. 19 – La polis analitica

È con ironia che la Prospettiva della Città ideale rimanda alla Polis analitica, meglio raffigurabile, forse, dalla torre di Babele o dall’inferno dantesco. O dal vuoto assoluto.

Eppure la scelta di questa illustrazione indica un punto prospettico, ideale se si vuole, oppure utopico, di ciò che ci si sarebbe potuti attendere dalla psicoanalisi, dopo cent’anni dalla sua nascita.

Non ci si attende certo dalla psicoanalisi una Città restaurata, e nemmeno una Città guarita o una Città perfetta. Evidentemente l’aspetto terapeutico è sempre presente nella psicoanalisi. E non è di poco conto. Eppure il terapeutico non esaurisce la sua funzione. Poiché la funzione essenziale della psicoanalisi è quella di svelare la trama che annoda un godimento in eccesso – interdetto, diceva Freud – agli esseri che parlano, proprio perché sono esseri fatti di linguaggio.

Quindi la Città analitica non è una Città di collaboratori che lavorano omogeneizzati per il padrone, chiunque esso sia, ma è una Città i cui cittadini – uno per uno – hanno acquisito, e direi sulla propria pelle, un sapere nuovo, un sapere di cui l’umanità non vuole sapere nulla – inconscio, diceva ancora Freud.

Per arrivare a tanto hanno dovuto smontare la loro macchina fantasmatica, quella che assicurava loro un qualche accesso al godimento, foss’anche intriso di sintomi.

E da una simile disfatta testimoniare non già un desiderio tragicamente in impasse, ma un desiderio comicamente nuovo – inedito, dice Lacan – che segna da un lato un nuovo patto con la pulsione e dall’altro un lasciarsi prendere come oggetto che causa il desiderio del soggetto dell’inconscio.

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LP18 - Dell'insegnamento

La Psicoanalisi n. 18 – Dell’insegnamento

Lacan introduce “i quattro discorsi” nel suo Seminario del 1969-1970, Il rovescio della psicoanalisi.

Questi quattro discorsi affondano le loro radici in Freud stesso. Freud ricorda aver fatto suo sin dai primi tempi un vecchio adagio delle tre professioni impossibili: governare, educare e curare, Regieren, Erziehen, Kurieren. L’analisi è l’ultima arrivata e, nota Lacan, “Freud la mette nella serie per sostituzione. Le tre professioni, ammesso che si possa parlare di professioni, sono quindi Regieren, Erziehen, Analysieren, vale a dire governare, educare e analizzare. Non si può non notare la sovrapposizione di questi tre termini con quel che io preciso quest’anno come ciò che costituisce il radicale di quattro discorsi” (Seminario XVII, p. 193-4).

In questo numero de La Psicoanalisi, oltre ad altri lavori, troviamo, nella prima parte, testi di alcuni Colleghi che inquadrano i quattro discorsi nell’insegnamento di Jacques Lacan e ne mettono a fuoco la funzione e l’operatività.

Proprio per illustrare questa funzione e operatività abbiamo qui riportato il discorso conclusivo pronunciato da Lacan il 19 aprile 1970 in occasione del congresso dell’Ecole freudienne de Paris intitolato Dell’insegnamento.

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LP17 - Una procedura per la passe

La Psicoanalisi n. 17 – Una procedura per la passe

Il testo di Jacques Lacan che pubblichiamo in questo numero è un testo minore. Come nota Jacques-Alain Miller nella sua presentazione, più che di un testo si tratta di un documento che era in circolazione nell’Ecole freudienne de Paris come allegato alla versione orale del testo base di Lacan sulla formazione dello psicoanalista, la Proposta del 9 ottobre 1967 sullo psicoanalista della Scuola.

Eppure Una procedura per la passe ha un suo interesse preciso. Oltre a essere una modalità di applicazione della passe, il testo aggiunge una pietra in più per rispondere all’interrogativo che serpeggia nell’insegnamento di Lacan, spesso in modi diversi: qual è il posto dello psicoanalista nel mondo?

Non il posto della psicoanalisi. A torto o a ragione, un posto nel mondo la psicoanalisi ce l’ha. Non a caso, nella migliore delle ipotesi, la teoria analitica è diventata stimolo per altre discipline e, nella peggiore delle ipotesi, essa è invocata come ultima ratio di tutto quel che avviene di sublime o di turpe nell’uomo.

Ma il posto dello psicoanalista?

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LP16 - Conferenza sull'etica della psicoanalisi La passe

La Psicoanalisi n. 16 – Conferenze sull’etica della psicoanalisi “La passe”

L’etica è e diventerà sempre di più il punto nodale in cui si giocheranno le sorti del mondo moderno. L’etica e non la tecnica. I problemi che la scienza moderna solleva non richiedono molti strumenti tecnici, ma soprattutto soluzioni etiche.

Figlia anch’essa della frattura epistemologica che ha dato nascita alla scienza moderna, la psicoanalisi potrà forse limitarsi a vestire unicamente i panni di una tecnica psicologica raffinata o quelli di un metodo curativo che insegna a fare a meno o a convivere con il proprio sintomo?

Lacan insegna che, fin dall’inizio e sulla scia delle grandi correnti del pensiero, la psicoanalisi non si riassume in una questione di tecnica ma in un problema di etica.

Abbiamo presentato in questi termini, sul quarto di copertina, la traduzione italiana del Seminario VII L’etica della psicoanalisi (1959- 1960) di Jacques Lacan, recentemente pubblicato dalla casa editrice Einaudi, e di cui riportiamo l’illustrazione dell’edizione francese sulla copertina del presente volume.

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LP15 - Proposta del 9 ottobre 1967

La Psicoanalisi n. 15 – Proposta del 9 ottobre 1967 (prima versione)

Il testo di Lacan proposto in questo numero de La Psicoanalisi è la prima versione della celebre Proposition du 9 octobre 1967.

Rispetto a quella definitiva, questa versione è da un lato meno precisa (il lettore attento noterà che solo nell’ultima versione l’algoritmo del transfert troverà la sua rigorosa formulazione) e da un altro lato illuminante (diversi passi vi diventano evidenti, come quando lo psicoanalizzante che inaugura la psicoanalisi tramite il transfert è indicato con un nome preciso: Sigmund Freud).

Con l’Atto di Fondazione e la Lettera agli Italiani, la Proposta costituisce una trilogia essenziale, essendo essi i testi basilari per fondare una Scuola di psicoanalisi.

Abbiamo detto: per fondare una Scuola; non abbiamo detto: per fondare una Società.

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LP14 - Intervento al Congresso Mondiale di Psichiatria

La Psicoanalisi n. 14 – Intervento al I Congresso Mondiale di Pischiatria

Fuori dall’inconscio esiste il tempo?

Si può dire di sì e si può dire di no. Si può dire di sì, perché le stelle continuerebbero con certezza matematica il loro percorso celeste, che ci sia o meno un soggetto che si interroghi per saperne qualcosa.

Ma si può dire di no. Non c’è il tempo al di fuori dell’inconscio. Almeno per un soggetto che parla e, di conseguenza, desidera. Non c’è, per l’uomo, che il tempo del desiderio. Del desiderio indistruttibile.

Mi si obietterà che Freud aveva detto il contrario: che l’inconscio non conosce il tempo, che è atemporale, fuori tempo, zeitlos. Obiezione che diventa paradossale quando si considera la necessità del tempo nella cura, che poteva, al dire di Freud, diventare addirittura interminabile.

Il paradosso freudiano – l’inconscio è atemporale ma la cura esige il tempo – rimane tale in Freud.

Non così in Lacan.

Per Lacan una cosa è la durata e un’altra cosa il tempo logico. E la cura avviene in una durata di tempo che esige la messa in atto del tempo logico. Per questo l’inconscio è isolato da Lacan in una struttura temporale mai articolata prima di lui.

La chiave di questa strutturazione temporale è, ancora una volta, l’assioma “l’inconscio strutturato come un linguaggio”. In esso la temporalità si fonda sulla perennità di quel reale che è causa, causa della catena significante, causa del desiderio indistruttibile.

Lacan modula questa articolazione tra temporalità e atemporalità non solo nell’inedita definizione che egli dà dell’inconscio, ma sottolinea la valenza del tempo nelle diverse strutture cliniche e nella direzione della cura stessa. Non è stata forse questa la pietra di scandalo all’origine della scomunica di cui egli fu oggetto da parte dell’Internazionale?

C’è quindi per il soggetto il tempo del sintomo, il tempo che fa sintomo, il tempo che costituisce l’essere stesso del sintomo. Del nevrotico, per esempio, sempre pronto a esserci dove non c’è: troppo presto, troppo tardi, proiettato nel tempo dell’ideale o del simile e, a volte, anche se vivo, ormai già morto. Oppure del perverso, dove si dispiega il tempo che è pura ripetizione dello scenario che egli mette in atto nella realtà, infinite volte. O ancora dello psicotico, dove il tempo o non c’è o è il tempo di un delirio che organizza l’intero sistema planetario.

Così, per il soggetto che vive solo il tempo scandito dal sintomo, “ci vuole tempo”, ricorda Lacan, per “farsi a essere”. In altre parole, ci vuole tempo per saperci fare con l’essere pulsionale che si è. Qui è l’appuntamento del soggetto con un altro tempo: il tempo del lavoro di transfert.

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