La Polis analitica

n. 19 – gennaio-giugno 1996

JACQUES LACAN………………..Piccolo discorso all’O.R.T.F.
JACQUES-ALAIN MILLER…..Riflessioni sulla Città analitica, Il rovescio dell’interpretazione e Silet
MARIE-HÉLÈNE BROUSSE….Note sull’interpretazione, oggi

E articoli di: GENNIE LEMOINE, DANIELE SILVESTRE, CARMEN CUNAT, VILMA COCCOZ, MASSIMO RECALCATI, MARCO FOCCHI, MIQUEL BASSOLS, PIERRE BRUNO, PANAYOTIS KANTZAS, JOSÉ MONSENY, FRANCISCO PERENA, ROGER WARTEL, GERARD MILLER, ANTONIO DI CIACCIA, JEAN-ROBERT RABANEL, ANNALISA DAVANZO, GIOVANNI MIEROLO, PIERO FELICIOTTI

 

Estratto dalla Nota editoriale

È con ironia che la Prospettiva della Città ideale rimanda alla Polis analitica, meglio raffigurabile, forse, dalla torre di Babele o dall’inferno dantesco. O dal vuoto assoluto.

Eppure la scelta di questa illustrazione indica un punto prospettico, ideale se si vuole, oppure utopico, di ciò che ci si sarebbe potuti attendere dalla psicoanalisi, dopo cent’anni dalla sua nascita.

Non ci si attende certo dalla psicoanalisi una Città restaurata, e nemmeno una Città guarita o una Città perfetta. Evidentemente l’aspetto terapeutico è sempre presente nella psicoanalisi. E non è di poco conto. Eppure il terapeutico non esaurisce la sua funzione. Poiché la funzione essenziale della psicoanalisi è quella di svelare la trama che annoda un godimento in eccesso – interdetto, diceva Freud – agli esseri che parlano, proprio perché sono esseri fatti di linguaggio.

Quindi la Città analitica non è una Città di collaboratori che lavorano omogeneizzati per il padrone, chiunque esso sia, ma è una Città i cui cittadini – uno per uno – hanno acquisito, e direi sulla propria pelle, un sapere nuovo, un sapere di cui l’umanità non vuole sapere nulla – inconscio, diceva ancora Freud.

Per arrivare a tanto hanno dovuto smontare la loro macchina fantasmatica, quella che assicurava loro un qualche accesso al godimento, foss’anche intriso di sintomi.

E da una simile disfatta testimoniare non già un desiderio tragicamente in impasse, ma un desiderio comicamente nuovo – inedito, dice Lacan – che segna da un lato un nuovo patto con la pulsione e dall’altro un lasciarsi prendere come oggetto che causa il desiderio del soggetto dell’inconscio.

Antonio Di Ciaccia

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