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L’autorità perduta

 

Rispetto alla problematica dell’autorità nelle nostre socità si è sviluppato da tempo un doppio e contradditorio atteggiamento: da un lato diffidiamo dell’autorità, quale che sia, nel tentativo di disfarcene; dall’altro ne lamentiamo una carenza sempre più drammatica. Cosa che si osserva nei più diversi ambiti: dalla politica alla famiglia alla scuola.

Franco Marcoaldi ha realizzato un’inchiesta sull’ “autorità perduta” per il quotidiano la Repubblica. E a questo proposito l’abbiamo interrogato.

“Capitale in ogni convivenza umana, l’autorità è una figura sociale tra le più elusive”, ci dice. “Essa può scivolare in un deprecabile autoritarismo o, per converso, in una salutare autorevolezza. Ha a che fare con il potere, ma non è sovrapponibile a esso”. Come sosteneva Mommsen:  “E’ più di un consiglio e meno di un ordine”. E Hannah Arendt aggiungeva: “Se si vuole definire l’autorità, occorre distinguerla sia dalla coercizione, sia dalla persuasione”. Insomma, un bel labirinto, che include quella triade auctoritas-tradizione-religione che sempre, secondo la Arendt, caratterizzava il mondo antico (segnatamente quello romano), e che si è dissolta in epoca moderna.

Per proseguire nella sua inchiesta, Franco Marcoaldi si appoggia sulle posizioni espresse da cinque interlocutori. Il primo è Alain Touraine. Secondo il sociologo, non è scomparsa l’autorità in quanto tale, ma quella che si fonda su una legge assoluta, di natura religiosa. Il nostro è un mondo secolarizzato, retto dai principi della scienza e della tecnica, e il principio fondante di questa nuova autorità sono i diritti fondamentali dell’uomo. A questo proposito, Touraine riprende la tesi di Hannah Arendt la quale “affermava che ciò che definisce l’essere umano è il diritto di avere diritti. Ciò che corrisponde all’assoluta interiorizzazione dell’autorità”.

A questo quadro relativamente ottimista, Vittorio Sermonti (il secondo interlocutore di Franco Marcoaldi) obietterebbe che viviamo “in un campo di tensione tra il desiderio dell’autorità e il terrore dell’autoritarismo. O, esattamente al contrario, tra il desiderio dell’autoritarismo e il terrore dell’autorità. Per certo, questa aspirazione tanto diffusa quanto confusa che reclama la restaurazione dell’autorità purchessia, sconta oggi una difficoltà supplementare: il fatto che la sua demolizione sia stata immediatamente rimpiazzata da un assillante culto del potere […]. Il valore-potere ha invaso lo spazio valore-autorità e nell’atto stesso di svuotarlo l’ha otturato di sé”.

La saggista Elisabeth Badinter condivide con Sermonti un sentimento di preoccupazione per gli effetti dell’onda lunga dell’antiautoritarismo sessantottino, “che ha portato un attacco formidabile all’idea di autorità e di legge. A tutto vantaggio della soddisfazione del desiderio e della pulsione, declinati nelle più diverse forme. Ora siamo alla fine di quella rivoluzione, di cui non sottovaluto affatto i benefici effetti. Abbiamo aperto porte e finestre ed è andata bene così. [….] Ma è altrettanto evidente che questo progressivo trionfo del desiderio, ha raggiunto ormai una soglia pericolosa. E’ arrivato il momento di porre dei limiti, di tornare al rispetto della legge. Siamo davvero ai bordi della barbarie”.

Esiste però anche un’altra Legge, quella divina. E in questo caso Franco Marcoaldi si è rivolto alla saggista e teologa Gabriella Caramore, che, dopo aver sottolineato il volto ancora troppo autoritario della Chiesa, parla della necessità, da parte di molti credenti, di tornare alla fonte prima della cristianità: la Bibbia, il Vangelo. Riscoprendo così che l’autorità del Cristo, di cui parlano le Sacre Scritture, è riconosciuta come tale perché propone “parole e azioni fondate sulla convinzione, la coerenza, la verità e il rischio”.

Resta da dire qualcosa, infine, sul punto di vista del quinto interlocutore: Richard Sennett, della London School of Economics, che già nel l’ ’81 scrisse un libro importante sull’autorità, parlandone come di una “relazione temporanea”, di un “vincolo tra ineguali”, di una “volontaria sottomissione”. Soltanto riconoscendo dentro di noi il bisogno di autorità, riusciremo a toglierle la spina dell’onnipotenza. Solo così potremo metterla a distanza e dunque relativizzarla. “L’essenza di tale consapevolezza interiore si dà nel rapporto tra autorità e tempo […]. Nessuno è forte per sempre […]. L’autorità è soltanto un processo, un flusso, una relazione, una pratica”. Per questo Sennett utilizza come esempio di buona autorità quella del direttore d’orchestra, e più in generale dell’artista, che rifugge da un’idea statica, rigida, fissa (come pretenderebbe invece il potere politico autoritario), rimettendosi perennemente in discussione.

In tal senso, ricorda Sennett, è quanto mai utile tornare a riflettere sulla centralità dell’ homo faber. “Sono gli oggetti, i manufatti, le opere d’arte a rappresentare il vero legame tra le diverse generazioni, dunque anche l’occasione di confronto e reazione rispetto al passato. Secondo la seguente modalità: interiorizzazione del modello di autorità, poi sua oggettivazione, messa a distanza e critica. Il rapporto con l’autorità può risultare proficuo se lo si pensa come a qualcosa di simile al ritmo cardiaco, come a un continuo succedersi di sistole e diastole”.

In questa panoplia un altro autore avrebbe avuto il suo posto, mi ricorda l’amico Franco Marcoaldi: si tratta di Alexandre Kojève e del suo libro La notion de l’autorité, uscito postumo nel 2004 per i tipi di Gallimard e recentemente tradotto in italiano. Mi sono permesso di ricordargli che anche Lacan avrebbe un suo posto con la sua “evaporazione del padre” la cui “traccia e cicatrice” si situa in quella “segregazione” che “caratterizza la nostra era” (cfr. La Psicoanalisi, n. 33). E’ la psicoanalisi ad aver svelato quello che egli chiama “l’economia del godimento”. Il testo di Jacques-Alain Miller, “Una fantasia” (La Psicoanalisi, n. 38) apre in questo campo inedite prospettive.

20 gennaio 2012