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Lettere a Romeo Castellucci | Strappare il reale

Caro Romeo,

ho visto solo alcune delle Sue opere teatrali, letteralmente trascinato, la prima volta, dalla nostra amica comune Marie-Hélène Brousse. Mi è stato necessario il tempo per comprendere, dopo l’istante dello sguardo, per poter cogliere nel Suo lavoro quel tocco unico anche se indigesto e perturbante.

Da un lato mi si dice che Lei ha dato corpo a un nuovo modo di pensare il teatro nella nostra epoca. Ne prendo atto, non sono competente in materia. Dall’altro, tuttavia, non posso non rimarcare che le Sue pièces mi arrecano un insegnamento nel mio lavoro quotidiano. Per dirla con Lacan, ancora una volta l’artista precede lo psicoanalista e gli mostra delle cose che questi, sebbene vi sia confrontato giorno dopo giorno, vorrebbe non vedere e non saperne niente.

È noto che già Freud aveva fatto riferimento all’artista, soprattutto all’artista di teatro, trovando che era riuscito a dare una figurazione, per esempio nell’Edipo, al modo in cui il godimento è interdetto all’umano. E sappiamo anche che Lacan completa la triade edipica con quel quarto termine in cui consiste l’oggetto del desiderio della madre nell’Amleto di Shakespeare. Il teatro, dunque, è una figurazione dell’inconscio, non a caso chiamato ein anderer Schauplatz, ein anderes Schauspiel.
Che cosa mi colpisce nel Suo teatro?

Mi colpisce, da un lato, una certa impudenza e, correlativamente, un coraggio certo. Ma soprattutto mi colpisce che la Sua mira sia quella di avvicinarsi il più possibile al reale. Direi, anzi, che Lei usa il teatro per strappare il reale, non solo al principio di realtà, ma anche al principio di piacere, tentando di cimentarsi con l’al di là del principio di piacere, per fare da cassa di risonanza a quella “Cosa” muta ma assordante che con la sua pupilla cieca ci guarda e ci riguarda.

È un “reale” che, a noi psicoanalisti, arriva in lembi fuori senso e fuori tempo, colpendoci all’improvviso. È quel reale impossibile da sopportare che prende forma in un qualcosa che fa soffrire l’umano nel corpo e nella mente e di cui, però, non riesce a fare a meno – ed ecco che si incarna in quel dannato sintomo che si ripete.

Trovo articolato il Suo percorso: non si tratta di una pura constatazione del reale che fa trauma ma è anche ricerca di una soluzione. Questa soluzione – che non è tale se la si pretende consolatoria – ha tutta l’aria di essere in consonanza con quanto ci insegna l’esperienza psicoanalitica: occorre passare per uno svuotamento, una kenosis per dirla con Lacan che cita Sant’Agostino, o ancora attraverso una “scabellostrazione”, ossia la castrazione di quello sgabello su cui siede l’Io, per dirla con il Lacan che fa il verso a James Joyce.

Ora, che cosa risalta in questo percorso? Due oggetti: l’oggetto sguardo e l’oggetto voce. Sono due oggetti il cui statuto è di causare il desiderio. Spesso vengono incontrati nella loro chiara bellezza: basta chiederlo all’innamorato, e non solo se questi si chiama Dante, ammaliato dal battito di ciglia di Beatrice.

Eppure è nell’orrore, nell’angoscia, nel terrore che sovente si incontrano l’oggetto sguardo e l’oggetto voce, poiché dietro si profila il desiderio dell’Altro che noi non padroneggiamo ma da cui invece siamo atterriti: voce afona di un super-io feroce, per esempio, o ancora sguardo astioso di un Dio cattivo.

La Sua arte sta, direi, nell’aver saputo articolare questi due oggetti presentandoceli nella loro materialità. Penso a quello che disse in un incontro a Rimini riferendosi a uno spettacolo, complesso, portato in scena qualche anno prima. La versione Giulio Cesare. Pezzi staccati – che non disdegna una referenza all'omonimo testo di J.-A. Miller dedicato al Seminario di Lacan Il Sinthomo (ambedue pubblicati da Astrolabio) – vede l'estrapolazione di questi due momenti del vecchio spettacolo che nella riprese per marzo si fronteggiano come due nuclei vivi il cui centro è la voce. In uno di essi viene inserita una telecamera endoscopica fino alla glottide del personaggio di “…skij” per mostrare la carne della parola e, nell’altro, viene pronunciata l’orazione funebre di Marco Antonio da un attore laringectomizzato, così che a parlare è letteralmente una “ferita”. Allora, solo paura, panico, angoscia? No, il Suo Papposileno, con il suo sguardo disumano e la sua lingua assordante nell’oscurità del rifugio antiaereo, ci rinvia al comico, al fatto che, nonostante tutto, l’inconscio è “ridere”, arrivare a saper ridere del fatto che, strutturalmente, noi umani non ce la caviamo bene.

È Lei o Piersandra Di Matteo ad aver dato al Progetto 2014 per la Città di Bologna il sottotitolo di Corso di linguistica generale? Per me si tratta di una valida “Introduzione al Corso di lalingua (in una sola parola), per ognuno singolare”.
Grazie per il Suo lavoro. Saluti,

Antonio Di Ciaccia.

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