Storielle e giudizio
Eric Laurent [1]
La conquista contemporanea dell’opinione dipende sempre di più dalla coerenza della storia che rappresenta una tesi attraverso la molteplicità dei media e l’enumerazione dei fatti che si selezionano per sostenerla. La campagna di stampa preparata da professionisti per sostenere la tesi di un insieme di associazioni di genitori di autisti racconta una storia. Essa fa la caricatura della psicoanalisi per proporre le sole terapie comportamentali come soluzione adatta all’autismo nel suo insieme e su tutta l’estensione del suo spettro. L’epicentro della storia è la Francia o meglio, la Francia e il Belgio, ma questa storia deve essere pensata globalmente. Riassumiamo. Attraverso procedure che consistono nell’ingannare la buona fede, una sedicente documentarista riduce la diversità delle posizioni degli psicoanalisti interrogati ad una tesi ridicola: la causa dell’autismo è una colpa genitoriale, specialmente della madre. La riduzione sul letto di Procuste viene stabilita con amalgami e distorsioni. Una volta stabilita la tesi, l’onore dei genitori incriminati, colpevolizzati, può essere salvato solo dalla denuncia più feroce di un tale approccio. A tale scopo tutto può essere messo in gioco e snaturato per sostenere la causa. L’operazione è messa al riparo tramite il ricorso alla scienza che affermerebbe di poter rendere conto dell’insieme dei fenomeni attraverso una stretta considerazione biologica, senza tener conto della relazione che mantiene il soggetto al mondo, facendo leva sull’apparenza che certi fenomeni autistici possono far pensare a proposito di un simile taglio netto. Tuttavia il dramma di salute pubblica posto da questi soggetti mette in primo piano l’accoglienza di questi sintomi in un discorso. Anche se si spiega il sorprendente accrescimento del numero di casi attraverso artefatti statistici, occorre spiegare perché lo sguardo clinico svela meglio questi sintomi. Di più, è il solo “disturbo” psichico in cui la metafora della riduzione del disturbo ad un “disequilibrio chimico”, come nella depressione, viene rifiutato. Le crisi di agitazione, d’angoscia, di ripiegamento, possono essere stimolate o temperate da terapie mediche appropriate, nessuno afferma di toccarne le cause. Da qui le speranze riposte nella causa genetica. Per ora nessuna terapia medica specifica è proposta. Cosa fare allora? Alcuni pioneri, ispirati alla psicoanalisi, proponevano negli anni sessanta, in diverse istituzioni, un approccio che mescolasse metodi relazionali, giochi, attività e apprendimento. Le istituzioni e i loro mix terapeutici si indirizzavano ad ogni sorta di patologie. Nel 1987, Ivan Lovaas, in un articolo interessante, propose di centrarsi su un metodo di ripetizione intensiva dei comportamenti semplici, e di riservarlo agli autisti. Esso verrà fortemente strutturato dall’approccio di ricompensa-punizione. Fu chiamato Analisi del comportamento applicato. In inglese, Applied Behavior Analysis (ABA). Nessun riferimento alla cognizione. Il metodo ha incontrato negli USA un successo all’altezza del prestigio riconosciuto, in questa area culturale, all’approccio comportamentale. Tuttavia, le obiezioni non sono mancate, e non solo da parte degli psicoanalisti, contro l’estensione dei metodi comportamentali nel loro riduzionismo portato all’estensione dello “ spettro dei disturbi autistici”. Le obiezioni furono etiche, tecniche ed economiche. La finzione nella quale s’inscrive il libello “Il Muro” sostiene che le molteplici questione poste dal trattamento dell’autismo si riducono da una parte all’affrontamento tra psicoanalisi e terapie comportamentali, e dall’altra parte tra la Francia, paese del passato, e gli Stati Uniti, paese del futuro. In Francia, la psicoanalisi farebbe ancora da ostacolo alla scienza e negli Stati Uniti le terapie cognitivo comportamentali sarebbero riconosciute unanimemente come il trattamento di riferimento. Si tratta di una finzione bifocale, ma falsa per ciascuno di questi fuochi. In Francia, i trattamenti dei soggetti autisti, ispirati dalla psicoanalisi, tengono conto degli avanzamenti della scienza, utilizzano i farmaci adeguati, raccomandano l’inscrizione dei bambini nelle istituzioni che loro convengono meglio, in una scuola dove si possa adattare l’apprendimento secondo la disponibilità. Tali trattamenti si accordano sulla necessità di interpellare con continuità questi soggetti. C’è qualcosa da dire a loro, senza tuttavia parlare di “intensità”. Essi mettono l’accento su un approccio relazionale, a partire dai segni d’interesse manifestati dal bambino. Non una stimolazione-ripetizione per tutti, ma una sollecitazione su misura, un approccio bottom up, e non top-down. Le istituzioni dove un tale approccio è possibile sono troppo poco numerose in Francia. Tale rarità non va nel senso di un sedicente “dominio ideologico” rimproverato alla psicoanalisi. E’ questa la ragione per cui un numero notevole di bambini francesi viene inviato in Belgio dove questo tipo di istituzioni possono accoglierli. Le autorità di tutela considerano che esse danno risultati che le collocano al rango delle migliori della disciplina. Esse vengono finanziate dall’equivalente della previdenza sociale. Negli USA, i trattamenti comportamentali incontrano obiezioni e limiti: etici, economici e legali. L’obiezione etica concerne il numero e l’intensità delle punizioni da esercitare per forzare l’isolamento del soggetto. Qual è il giusto prezzo dell’innesto di un comportamento ripetitivo su un soggetto così ripiegato su se stesso? Alcuni praticanti del metodo ABA hanno potuto cristallizzare delle lamentele per “comportamenti non etici” verso alcuni bambini. Fin dove è possibile trasformare i genitori in educatori intensivi dei loro bambini? Certi lo hanno fatto fin all’esaurimento, provocando una sorta di burn-out genitoriale. In Canada, paese molto sensibile alla protezione delle comunità, l’obiezione è arrivata al punto di considerare l’imposizione di questi comportamenti come un attentato ai diritti del soggetto autistico come tale. Bisogna partire dall’autismo per concepire apprendimenti appropriati e non imporre apprendimenti semplicemente ripetitivi. Tra le due posizioni radicali, gli USA e il Canada presentano tutta una serie di approcci misti che auspicano di allontanarsi da tecniche rigide, assimilabili ad un ammaestramento, per sollecitare le particolarità del bambino nell’estensione dello spettro degli autismi. Negli USA, le tecniche ABA sono piuttosto considerate come il passato. L’obiezione è anche economica. Mentre i risultati dell’apprendimento intensivo si mantengono male al di là dello stretto quadro nel quale sono amministrati, il metodo suppone un educatore individuale a tempo pieno. Un trattamento standard è quindi stato valutato in 60000 dollari all’anno. Le associazioni dei genitori conquistate da tali metodi hanno cercato di farli rimborsare dagli Stati che, negli USA, sono già carichi di spese sanitarie. Sollecitata in tal senso, la California ha rifiutato questo rimborso, ed anche l’Ontario in Canada. La fiction de “Il Muro”, con le sue semplificazioni polemiche, fa dimenticare la pluralità dei punti di vista che la complessità dell’autismo produce. Questa pluralità la si ritrova nei commenti che il libello ha provocato. Lo stesso giorno, il quotidiano “Le Monde” e il suo supplemento erano su due lunghezze d’onda molto diverse, senza parlare di altri giornali. La realizzatrice del “Muro” evocava la simpatia dei giornalisti verso una dei loro, che si presentava come vittima di censura. Essa si presentava anche come documentarista, benchè sia una vocazione tardiva, ed anche come una delusa studente in psicoanalisi. Essa era in tutti i posti. Nel “Supplemento di Le Monde”, una giornalista, che fino ad allora non si era occupata di questioni di salute mentale, è stata sedotta dalla tesi del libello. Niente della psicoanalisi trova più grazia presso di lei, e quando uno degli intervistati del film le dice esattamente le tesi che difende, lei lo trova di una “attitudine arrogante”. Nel giornale invece, Catherine Vincent, più agguerrita, fa riferimento alla pluralità degli approcci, all’ “appello dei 39” e sostiene un necessario eclettismo. Nell’ “Herald Tribune” un articolo riprende la storiella Francia-USA e s’inscrive nella fiction proposta. Nel frattempo, la parte americana della storia si andava precisando e la realizzatrice annunciava la sua presenza a Philadelfia al congresso ABA, giovedì 26 gennaio, dove essa auspicava di presentare il suo film, dopo un passaggio a New-York. Si può dubitare che il suo metodo possa convincere al di là degli adepti del “French bashing”. Negli USA, la differenza di opinioni è troppo radicata. Il giudizio reso dal Tribunale constata le cattive procedure utilizzate dai partigiani di una causa che appare loro buona e che giustificava qualsiasi mezzo. L’invocazione di Michael Moore da parte dell’avvocato della realizzatrice e della società di produzione, durante la loro dichiarazione di procedere in appello, non fa che rinviare alla fiction Francia-USA. Come primo saggio documentarista della nostra polemista, la maschera è un po’ pesante da portare.
(Traduzione di Maurizio Mazzotti)
[1]Psicoanalista membro dell’Ecole de la Cause Freudienne (ECF), ex presidente dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi (AMP).
Per la prima volta il mondo analitico scende in campo per difendere una disciplina messa sotto accusa. Perché solo ora?
Repubblica 22.2.12 Per la prima volta il mondo analitico scende in campo per difendere una disciplina messa sotto accusa. Perché solo ora? di Luciana Sica
Per la prima volta insieme. Allo scoperto. Escono dalle loro "stanze", non incassano come sempre, fanno sentire la loro voce. A dispetto di una storia infinita di litigi, scissioni, scontri, diffidenze, sospetti, accuse che da sempre attraversano (e indeboliscono) la psicoanalisi, di fronte a un paio di articoli giornalistici considerati l´ennesimo attacco alla loro disciplina, quattro analisti delle scuole più importanti sottoscrivono un documento, che noi qui pubblichiamo.
Il primo firmatario è Stefano Bolognini, al timone della Società psicoanalitica e ormai soprattutto primo presidente italiano dell´International Psychoanalytical Association (l´Ipa, fondata da Freud nel 1910, dodicimila iscritti in tutto il mondo). Notissima firma al femminile del mondo freudiano è Simona Argentieri, didatta dell´Associazione italiana di psicoanalisi. Antonio Di Ciaccia, allievo diretto di Lacan, è da noi l´autorevole curatore dell´opera del maestro francese. E Luigi Zoja, personaggio di segno cosmopolita dello junghismo, è autore di saggi coltissimi tradotti in una decina di idiomi.
Quattro nomi più che rappresentativi. Dietro di loro c´è una moltitudine di colleghi "indignati" per le accuse rivolte a un sistema di pensiero che - da Freud a oggi - si è evoluto in modo impressionante, e come metodo di cura e strumento di comprensione della realtà ha influenzato la cultura in ogni sua espressione. Ma quello che più sorprende è che gli analisti si decidano a una protesta così inconsueta e vistosa.
Perché solo ora? Da Popper a Grünbaum, da Nagel al Libro nero, fino al più recente pamphlet di Michel Onfray, la psicoanalisi è silenziosamente sopravvissuta a guerre "ideologiche" come a requisitorie serie e molto ben argomentate, alla moda diffusa d´intonare cori funebri come alla mania dei gossip sulla vita personale dei suoi fondatori. Soprattutto l´ondata trionfalistica del cognitivismo sembrava annunciarne la definitiva liquidazione, ma così non è stato, e anzi la psicoanalisi si è presa le sue rivincite culturali, grazie a studiosi geniali come i Nobel Edelman e Kandel, al dialogo con le neuroscienze, alla forza intellettuale e anche mediatica di "philostar" influenti come Slavoj Zizek. Inoltre è la psicoanalisi italiana che ha acquistato più prestigio, e non solo per il ruolo internazionale di Bolognini. Vorrà pur dire qualcosa se il Censis di De Rita ha bisogno di ricorrere alle metafore psicoanalitiche di Massimo Recalcati per "leggere" in profondità i mutamenti sociali.
Il resto è cronaca di questi giorni. Gli analisti non si sono entusiasmati alla lettura di un articolo uscito sul supplemento "Salute" del nostro giornale. E poi sono rimasti sconcertati dalla prosa di Gilberto Corbellini, su un recente domenicale del Sole 24 Ore. Lo storico della medicina, coautore dell´ultimo libro di Jervis, decisamente non gradisce la «perniciosa influenza, culturale e politica, della psicoanalisi. In modo particolare, degli esponenti di una delle sette psicoanalitiche più insidiose, cioè il lacanismo». Di qui la piccola significativa bagarre.
Repubblica 22.2.12 Uniti a favore di "una scienza a statuto speciale" Ecco Il manifesto che mette insieme scuole diverse Stefano Bolognini, Simona Argentieri, Antonio Di Ciaccia, Luigi Zoja
Alcuni recenti articoli giornalistici hanno ravvivato il dibattito sulla psicoanalisi mettendone in discussione lo statuto scientifico, l´utilità clinica e la legittimità sociale come metodo di assistenza e di cura nelle patologie gravi. Da molti decenni la psicoanalisi è descritta dai suoi detrattori come inattendibile, dannosa, parassitaria, epistemologicamente infondata, in procinto di scomparire... Piaccia o no, le cose non stanno affatto così. E seppure certe critiche non rappresentano una gran novità, questa volta vorremmo puntualizzare alcuni aspetti utili a un´informazione più corretta. E vorremmo farlo insieme, superando per una volta le divisioni e le differenze che appartengono alla storia del movimento psicoanalitico.
Intanto oggi la scienza è polifonica, critica e non conchiusa. Fa riferimento alla complessità, alla discontinuità, alle leggi del caos, alla casualità. Restringere lo studio della mente umana alle sole discipline psichiatriche e neuropsicologiche - che, sia chiaro, sono di enorme interesse anche per gli psicoanalisti - sarebbe riduttivo e arbitrario. La psicoanalisi è una scienza a statuto speciale che esplora non solo la dimensione inconscia (suo specifico storico e sostanziale), ma anche le relazioni della coscienza con l´inconscio, le interrelazioni profonde tra i vari livelli interni dell´individuo e dei diversi individui nella coppia, nel gruppo, nella comunità. Con la sua straordinaria evoluzione teorico-clinica, si è ramificata in varie scuole che hanno contribuito a descrivere e trattare aree sempre più specifiche del disagio mentale.
L´esperienza dell´analisi, ad ore e giorni convenuti (il setting), nei tre continenti storici (Europa, Nord America e America latina) e recentemente anche in Medio Oriente e in Asia (soprattutto in Cina), si basa comunque su una ricerca metodica e impegnativa del contatto con sé e il proprio inconscio. E ormai sappiamo bene che il recupero di una vivibile soggettività individuale - in molti casi di nevrosi, patologie narcisistiche, sindromi borderline, psicosi - è reso possibile da una relazione complessa e continuativa tra due persone, da un "lavorare insieme" su angosce, bisogni, dolori, desideri non riconosciuti. Certamente le patologie psichiatriche gravi, come alcune sindromi autistiche, richiedono adattamenti di tecnica specifici e mirati, e molto spesso la terapia che ne risulta non è affatto un trattamento psicoanalitico. Il nostro contributo riguarda di solito la gestione complessiva di casi in cui il paziente, la famiglia e gli stessi operatori della salute necessitano di un supporto che renda la loro dolorosa vicenda umana più comunicabile.
Oggi la psicoanalisi non è alla vigilia della sua scomparsa, ma è anzi decisamente viva. La sua sfida attuale è quella di contrastare nuove forme di attacco alla capacità di pensare e alla relazione tra le persone, che caratterizzano la nostra epoca. Gli esseri umani sono invitati in vari modi, impliciti ed espliciti, ad evitare il contatto con se stessi, a coltivare illusioni di onnipotenza e di totale autodeterminazione, ad identificarsi attraverso i media con idoli o gruppi idealizzati, a ritirarsi nell´uso della tecnologia virtuale, a privilegiare le difese maniacali considerando l´euforia e il piacere le uniche condizioni degne e normali della vita.
Configurare una funzione sociale della psicoanalisi potrebbe risultare velleitario, di fronte a fenomeni di questa portata. Ma la voce degli psicoanalisti ha un suo effetto nel tempo medio-lungo e produce cambiamenti profondi nella cultura: è accaduto in passato, potrebbe accadere ancora nel futuro. Quello che oggi va difeso, come assolutamente centrale, è il "fattore umano" e - anche nelle patologie più gravi - ogni residuo frammento di speranza.
Per gentile concessione di “la Repubblica”.
In risposta all'articolo "L'autismo dei lacaniani"
In risposta all'articolo "L'autismo dei lacaniani" di Gilberto Corbellini apparso sul sole 24 ore il 12 febbraio a proposito del documentario "Le Mur".
Egregio Dott. Gilberto Corbellini, Le invio questa mail sul problema dell’autismo, da Lei trattato il 12 febbraio. Sono psicoanalista della Scuola di Lacan. Ho visto il documentario Le mur – La psychanalyse à l’épreuve de l’autisme. Il giudice del Tribunale di Lille ha condannato la regista per manipolazione dei dati. Per me, la cosa è evidente. Nel 1974 ero in Belgio e misi in piedi un luogo di vita per bambini autistici che esiste ancora, l’Antenne 110 (finanziato dallo Stato), e a cui si è ispirato il luogo di vita diretto da A. Stevens (uno degli intervistati del documentario). Il nostro scopo non è mai stato di psicoanalizzare il bambino autistico ma, servendoci di quanto la psicoanalisi insegna sul funzionamento tra il desiderio del soggetto (il bambino) e il desiderio dell’Altro (la madre, il padre, il mondo sociale), di creare un ambiente vivo, stimolante e non coercitivo. Un sunto della nostra esperienza si trova nel libro “Qualcosa da dire” al bambino autistico (Borla, 2011). Non abbiamo mai preteso che i genitori andassero in analisi, ma che ci aiutassero per essere operativamente efficaci, cercando di alleviare la loro pena, senza mai colpevolizzarli. Del resto, non ho mai trovato persone così dedite ai loro figli come i genitori di bambini autistici. Bisogna precisare almeno tre punti. Un primo riguarda la diagnosi, non univoca nei diversi Paesi. Un secondo punto riguarda la causa. Sulla scia dei Paesi anglosassoni in Francia, e ora anche in Italia, si considera “ormai superata l’interpretazione psicorelazionale dell’eziologia”, come recita “La relazione finale del Tavolo di lavoro sull’autismo del Ministero della Salute” (italiano) e la causa sarebbe una disfunzione del cervello. E’ una vita che sento un tale ritornello, che collega la causa dell’autismo a problemi neurologici, a geni etc. Un tempo era l’x fragile. Sarei felice se fosse provato. Ma non lo è. Legga a proposito La Linea Guida 21 del Ministero della Salute dove a p. 13 si afferma: “Le cause dell’autismo sono a tutt’oggi sconosciute”. Siamo dunque a livello delle ipotesi. Alcuni formulano un’ipotesi, altri un’altra. Noi, ed è il terzo punto, formuliamo l’ipotesi che collega l’autismo all’inconscio. La citazione di Lacan della “madre coccodrillo” non si riferisce alla madre del bambino autistico ma alla madre tout court e ha lo stesso valore dell’Edipo di Freud: dove Edipo uccide il padre e va a letto con la madre. Ossia si tratta di un discorso crittografato che cerca di dire ciò che avviene nell’inconscio. Le frasi dunque devono essere contestualizzate. Il documentario è solo una propaganda per un metodo basato sulla “psicologia cognitivo-comportamentale statunitense”. Ma esistono anche altri metodi di lavoro che ottengono risultati a volte ben migliori. E, per riprendere il Suo secondo articolo, in Belgio abbiamo messo in piedi anche luoghi di vita per non abbandonare l’autistico o lo psicotico al di là dell’età scolare. Ci siamo riusciti e ne siamo fieri. Cordialmente,
Antonio Di Ciaccia
Curatore dei Seminari di Lacan per Einaudi
Il racconto di Antonio Di Ciaccia, traduttore e curatore delle opere di Lacan
La Repubblica - 8 settembre 2011
“TRA SEDUTE E SEMINARI HO VISSUTO LA SUA UTOPIA”.
Luciana Sica
«Ero il suo “mon cher monsieur Di Sciascià”, mi chiamava così». Antonio Di Ciaccia, traduttore e curatore dell’opera di Jacques Lacan, ha 28 anni nel ’72 quando incontra il maestro all’École freudienne de Paris. «C’era stato un convegno, ma lo avevo visto uscire durante il mio intervento. La sera lo incontro a un rinfresco pieno di gente, mi passa vicino, gli do la mano e lui mi fa “Antonio!”. Preso alla sprovvista, chiedo “ma come fa a sapere il mio nome?! …”L’ha detto stamattina”. E ripete una mia frase: “davanti alla propria donna, un analista non è un analista”. A quel tempo ero in una situazione personale molto critica, cosa che lo ha interessato davvero molto».
Perché?
«Perché allora ero un prete, e vivevo in un convento. Dopo la laurea in Teologia, studiavo Psicologia a Lovanio, in Belgio. Ma mi ero innamorato e la mia vita era stata messa a soqquadro. La passione per un ideale era entrata in collisione con una passione fatta di carne».
Allora comincia l’analisi con Lacan.
«Si, ed è durata fino alla sua morte… All’inizio doveva essere solo un “controllo”, ero già in analisi, ma lui mi fa capire rapidamente che devo parlare di me: “Bisogna scegliere, ragazzo mio. Bisogna scegliere”. Ma raccontare le sedute con Lacan è difficile, proprio perché non assomigliano a niente».
Intanto lei frequenta anche il seminario del ’72 – ’73 sul godimento femminile, proprio quello in uscita da Einaudi col titolo Ancora. Com’è stato ascoltare dal vivo il suo maestro?
«Il seminario m’ha preso molto, almeno per una ragione: con Encore – che nella pronuncia francese può significare anche “un corpo” e “in corpo” – la jouissance della donna si situa in una dimensione mistica. E io, Giovanni della Croce e Santa Teresa d’Avilia li ho letti a sedici anni. All’epoca capivo un millesimo di quello che diceva Lacan, mentre oggi – avendo a disposizione tutti i suoi seminari – penso di aver colto quella sua logica ferrea per quanto a tratti astrusa».
Un po’ astruso è questo “Libro XX” – come sempre “stabilito” da Jacques-Alain Miller, genero e custode del Verbo lacaniano. C’è una traccia per renderlo più accessibile?
«”Che cosa vuole una donna?”: Lacan riprende quella domanda irrisolta che l’ultimo Freud formula nel ’33, sei anni prima di morire. E tenta una risposta, che non poco ha intrigato il femminismo e il suo pensiero della differenza. La donna – dice Lacan – è presa da un godimento che non è quello maschile e non ne è complementare, ma è di più, è qualcos’altro. Se il godimento maschile è centrato su una sola parte del corpo, quello femminile si fonda invece sulla singolarità e può condurre all’esperienza della gioia mistica. Se il maschio gode del suo potere, la donna può godere della sua pura esistenza, e da oggetto di piacere diventare causa del desiderio.
Come a dire: nel godimento, la donna rivendica di non essere una, ma unica?
«La donna che dice “Io sono l’unica!” è folle – e lo stesso vale per gli uomini, che in genere però non si sentono unici ma piuttosto “l’eccezione”. Quello che Lacan indica è che le donne, ma eventualmente anche gli uomini, possono arrivare a un’unicità che corrisponde al loro essere. A dire qualcosa come “io sono questo, riesco a essere così, e questo godimento è mio e di nessun altro”… Per Lacan, è poi lo stesso analista che deve attenersi alla posizione femminile, spingendo il paziente a essere non “come tutti”, ma come è”. E sul piano politico, forse oggi somiglierà anche a un’utopia, c’è un forte antagonismo a una società ordinata nel segno della gregarietà e la “scoperta” che ognuno, uno per uno, ha da dire qualcosa di creativo”.
Oggi lei che ricorda soprattutto di Lacan?
«Ricordo un uomo molto vivo, che ti metteva di fronte al tuo problema in un modo altrettanto vivo. Sembrava irruento, aveva un atteggiamento del tipo “e dai, muoviti!”. Era sempre ironico, si prendeva gioco del mondo e di sé, non si prendeva sul serio e anzi era anche infastidito da tutta quell’attenzione…»-
Negli ultimi anni Lacan tende a cadere nell’afasia, disegna nodi borromei, ha comportamenti sconcertanti con i pazienti che arriva anche a maltrattare… A lei sembrava equilibrato?
«Io l’ho sempre visto normale. Tranquillo, tranquillissimo».
Lacan per lei non rappresenterà una religione laica?
«Direi proprio di no, o almeno lo spero. Per me lui è uno che ha capito come funziona questo coso che chiamiamo inconscio: palpitante come un cuore, una bocca, una zona erogena che si apre e si chiude».
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